Preservare la pace contro la ragione bellica - di Rosaria Trantino
- Rosaria Tarantino

- 4 giorni fa
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Aggiornamento: 12 ore fa
di Rosaria Tarantino

Una riflessione sulla pace non è mai inutile, a maggior ragione quando i rumori delle armi si sentono forti e sempre più vicini. Malgrado dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non siano mancate tensioni nell’Occidente europeo, si è pensato a lungo di essere indenni da ogni guerra, si è creduto di avere sufficienti anticorpi per evitare ogni forma di conflitto armato. Eppure, la guerra russo-ucraina prima, il bellicismo israeliano e la politica sovranista di Donald Trump dopo hanno evidenziato come quella condizione di pace, faticosamente raggiunta e preservata, non sia così scontata, alla luce anche dell’incapacità dei Paesi europei di trovare una posizione unitaria nel condannare quelle potenze che violano il diritto internazionale. Sono state prese misure restrittive nei confronti della Russia per aver aggredito l’Ucraina, ma non è stata assunta alcuna posizione unanime nei confronti delle violenze perpetrate da Israele ai danni dei civili palestinesi, della Cisgiordania o del Libano, né sono stati condannati gli attacchi contro il Venezuela e contro l’Iran voluti da Donald Trump, né la sua politica di starvation (affamamento) contro Cuba. La speranza di preservare il proprio orticello ha impedito ai Paesi europei di far sentire un’unica voce di condanna contro ogni atto lesivo del diritto internazionale.
La necessità di riflettere su come salvaguardare la pace, su quali metodi non conflittuali utilizzare per risolvere le tensioni politiche ed economiche e sulla postura che gli Stati debbano tenere ha prodotto, di recente, numerose analisi da parte di organismi nazionali ed internazionali, di studiosi e di uomini di pace. Particolarmente significativa è, a tal proposito, l’opera di Tommaso Greco, dal titolo Critica della ragione bellica, edito dalla Laterza. Professore ordinario di Filosofia del diritto nell’Università di Pisa, l’autore ha elaborato un’originale riflessione che confuta la tesi secondo cui la pace, seppur necessaria, sia una condizione contraria alla stessa natura umana, ardua da raggiungere e complicata da mantenere. Ritenere la pace un auspicio, un sogno, un valore significa relegarla alla categoria delle componenti ideologiche che si sono solite chiamare ‘anti-realtà’. Lo studioso confuta il presupposto antropologico, di chiara ispirazione hobbesiana, secondo cui l’essere umano, così come ogni altro animale, abbia una natura aggressiva ed istintuale, ed è altresì contrario alla conseguente idea che la realtà sia caratterizzata dal bellum in terris. Concepire l’idea che solo la forza limita la forza significa ignorare come tale strategia inneschi un meccanismo di rilancio senza fine, la cui conclusione non può che essere la distruzione dei contendenti, ed escluda il ricorso ad ogni altra risorsa, compreso il “diritto delle genti”. L’errore di fondo di tale prospettiva è considerare la pace come valore finale ed eventuale, che possa concretizzarsi solo se le forze o le potenze in campo sono in una condizione di generale equilibrio. È, quindi, opportuno ribaltare la prospettiva e porre la pace al principio, ritenerla una condizione originaria. Operazione questa che richiede di appellarsi ad una antropologia positiva, la quale considera l’essere umano capace di stabilire rapporti di cooperazione e di solidarietà. Solo partendo dall’originaria relazionalità dell’uomo si può pensare la pace indipendente e prima della guerra e del conflitto. Acquisito tale assunto, il problema, quindi, diventa come custodire la pace, come ripararla dalle offese. Facendo propria la posizione di Zagrebelsky, Tommaso Greco propone l’alternativa tra valori e principi. Se l’agire per valori ha come fine il perseguimento della meta senza badare a criteri regolativi e delimitativi, l’agire per principi implica la necessità che questi siano realizzati attraverso attività conseguenzialmente determinate, ossia con mezzi coerenti con i principi di riferimento. La pace può essere un principio solo in quanto sta all’origine, costituisce un prius assiologico indefettibile di ogni diritto inviolabile. Proprio in quanto origine essa non deve essere prodotta, ma ri-trovata e ri-prodotta attraverso la cura e il mantenimento del legame positivo con l’altro, con gli altri sia a livello di relazioni interpersonali sia nell’ambito delle comunità internazionali. Il mantenimento della pace comporta fatica, richiede che si prenda una opportuna distanza da convinzioni radicate, esige che si creda fermamente nel legame originario tra soggetti prossimi anche se lontani, soggetti che scelgono sistematicamente l’incontro piuttosto che lo scontro. Disarmare le parole e richiamarsi alla ragionevolezza sono il viatico per prendersi cura della pace. Secondo l’autore è possibile mettere in atto politiche attive a partire dal pacifismo giuridico, la cui tradizione è fatta risalire al trattato Per la pace perpetua di E. Kant. Costante è nell’opera il riferimento al filosofo di Konnisberg, la cui rilevanza è evidenziata anche dal titolo del saggio, ‘Critica della ragione bellica, e dalla presenza di un intero capitolo a lui dedicato, “E Kant ha qualcosa da dirci”. In particolare Tommaso Greco esamina i cosiddetti ‘articoli definitivi’, considerati il nucleo seminale del ‘pacifismo giuridico’ orizzontale, caratterizzato da regole condivise e dal riconoscimento reciproco. A partire dal primo articolo definitivo, “La costituzione civile di ogni Stato deve essere repubblicana”, si afferma come solo un governo repubblicano, che ha il pregio di assicurare il principio statale della separazione del potere esecutivo dal legislativo, realizzi un sistema rappresentativo che garantisce la libertà giuridica, ossia la facoltà di obbedire ad una legge condivisa, l’uguaglianza, in base a cui chi obbliga al rispetto di una legge deve egli stesso rispettarla, l’indipendenza, che riconosce la necessità di possedere i mezzi di sopravvivenza per essere pienamente cittadini. Con il secondo articolo definitivo, “Il diritto delle genti deve essere fondato su una federazione di liberi Stati”, Kant, equiparando gli stati a degli individui, sottolinea la necessità e il dovere che si stabiliscano tra essi relazioni stabili, regolate dal diritto, cosicché possano garantirsi reciproca sicurezza. Si tratta di dar vita ad un’unione che, per quanto debole, possa assicurare quella libertà reciproca, connessa con l’idea del diritto, con cui porre un limite all’esercizio del potere, condizione fondamentale per una società che voglia essere civile e stabilire relazioni di reciproco riconoscimento e di cooperazione. Il terzo articolo definitivo, “Il diritto cosmopolitico deve essere limitato alle condizioni della ospitalità universale”, presupponendo l’esistenza di una comunità umana, crea la coscienza di una società civile mondiale, base per una solida pace futura, ed afferma il diritto al possesso comune della superficie della Terra, presupposto di quel diritto di visita che spetta a tutti gli uomini. Nella sua opera Kant sostiene che la pace richiede legami tra soggetti diversi, il riconoscimento dei diritti dei cittadini e il rispetto dei meccanismi capaci di agevolare la fiducia tra cittadini e istituzioni sul piano interno, la nascita di legami reciproci e di rapporti di cooperazione sul piano esterno. Il diritto, con cui si struttura la coesistenza sociale, è negato dalla guerra che, sebbene possa essere consentita come legittima difesa, resta pur sempre problematica e pericolosa per le sue capacità espansive. Proprio per questo è opportuno evitarla anche quale strumento di difesa, ritrovando il senso della giuridicità nella relazione, ossia facendo leva sulla normatività delle obbligazioni reciproche, dei diritti e dei doveri che ciascuno assume nei confronti degli altri. E solo in tale contesto il sistema delle sanzioni e della forza organizzata sono un sostegno. Si tratta in pratica di ricorrere a metodi che facciano leva sul convincimento e non sulla costrizione, a cui ci si può orientare solo dopo aver individuato le condizioni preliminari che giustificano l’uso della forza in un contesto internazionale, fondato comunque sulla pace. Da qui la necessità che vi siano istituzioni sovranazionali a cui affidare il compito di intervenire con il ricorso alla forza e alla sanzione, qualora un soggetto della comunità internazionale infranga le regole comuni e apporti danni. È, tuttavia, esclusa prioritariamente l’idea di un funzionamento del diritto sulla base dello schema verticale infrazione/sanzione, fondamento di ogni teoria della guerra giusta. Tommaso Greco ricorda come Norberto Bobbio, sostenitore del pacifismo giuridico ‘verticale’, abbia sottolineato la necessità di attivare risorse normative basate su regole condivise e sulla ricerca del riconoscimento reciproco. E perché ciò fosse possibile, il filosofo torinese riteneva necessario il verificarsi di due condizioni: la presenza di governi democratici e la garanzia dei diritti umani. Esiste per ogni realtà statale un rapporto di circolarità tra il livello esterno e quello interno, pertanto il buon funzionamento e la democratizzazione del sistema internazionale comporta il consolidamento della democrazia all’interno dei singoli paesi e viceversa. E poiché, come ebbe modo di evidenziare J. Habermas, nel mondo contemporaneo il confine tra politica interna e politica estera, proprio degli stati sovrani, è diventato sempre più labile, l’insicurezza del contesto internazionale porta un governo democratico ad utilizzare mezzi che contrastano con i suoi principi, mortificando, o addirittura negando apertamente, tutti quegli aspetti che lo rendono tale. Lavorare per la democrazia, con la democrazia e nella democrazia è fondamentale perché siano garantiti gli strumenti che rendono il popolo libero dalla violenza e dai condizionamenti di cui governanti e grandi gruppi di interesse si avvalgono per controllare e orientare l’opinione pubblica. Per evitare che i rapporti di forza prendano il sopravvento nel delineare gli equilibri interstatali è opportuno avvalersi del diritto e delle istituzioni internazionali che ne garantiscano l’efficacia. Qualora esse dovessero risultare irrilevanti, si pensi ad esempio al ruolo dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza nell’affrontare la questione palestinese e quella ucraina, bisogna rivederne gli ordinamenti. Il diritto internazionale appartiene alla sfera dei ‘fatti istituzionali’, che dipendono dalla volontà degli uomini.
A conclusione della sua articolata analisi, Tommaso Greco svolge un’ultima considerazione sull’uso strumentale e polemico del termine pacifista, evidenziando come il pacifismo non sia contro l’Occidente e i suoi valori liberaldemocratici, semmai cerca di difenderli, rafforzando la legittimità degli organismi sovranazionali. Né si può dire che il pacifismo sia a sostegno dei tiranni per il semplice fatto che non impugna le armi contro di loro. Pur mettendo in campo forze organizzate in nome della legittima difesa, attua tutto ciò che può servire per non prolungare la guerra con le sue distruzioni e i suoi morti. Non si combatte la forza brutale solo con altrettanta forza brutale e la “fiducia nel principio della violenza” non intimidisce quei popoli a cui l’intimidazione è rivolta ma è avvertita come provocazione alla guerra. Prepararsi a far fronte ad uno scontro violento richiede il ricorso ad una violenza maggiore. Imitare i violenti porta alla brutalizzazione dell’uomo, compresa quella ‘maggioranza debole’ che si desidera proteggere dalle violenze. Tommaso Greco guarda a Gandhi e ad Aldo Capitini per dimostrare come la ‘forza inamovibile’ della non-violenza possa contrastare la ‘forza irresistibile’ di chi conosce solo la violenza. La soluzione gandhiana ha il suo punto di forza nel fatto che coloro che la adottano sono profondamente convinti, ‘persuasi’ direbbe Aldo Capitini, della superiorità del loro metodo fino al sacrificio, visto comunque come inferiore a quello richiesto da uno scontro violento. La responsabilità per preservare il futuro e l’appello costante al diritto diventano condizioni indispensabili per custodire la pace, che non può riguardare una minoranza, ma deve essere promossa da tutti gli uomini, che con le loro azioni e le loro scelte la inverano.






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