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Avevi il mio dio negli occhi

di Maria Lavinia Antonaci Funtò



Avevi il mio dio negli occhi, quando tornavi a casa la sera, aprivi la porta e ti assaliva l'angoscia davanti al campo di guerra del tuo salotto. Avevi il mio dio negli occhi perché tu di campi e di terra ne sapevi più di tutti, ma di campi di guerra no no no, quelli non erano cosa tua. E tremavi e tremavi in un angolo, rannicchiato come fossi ancora nell'utero di tua madre, quella madre che ora non è altro che uno spirito che ti porti addosso come un profumo, da mesi. Avevi il mio dio negli occhi quando realizzavi che sì, questo dovevano essere, spiriti, non c'era altra spiegazione. Spiriti che facevano a brandelli tappeti, pensieri, spiriti che ti strappavano via ogni giorno di più un pezzo di anima per diventare sempre più grandi, sempre più forti, così forti da picchiarti sul tetto e farti sentire un folle ogni volta che uscivi e non vedevi nessuno. Ma tu, tu avevi il mio dio negli occhi quando ti guardavi attorno da quel letto di ospedale sussurrando "io non lo so, non lo so perché sono qui".


Avevi il mio dio nei piccioli di foglia che si trascinavano dietro, barcollando, quella sacca maledetta che avresti voluto fare a pezzi. Perché a te della linfa no, non te ne fregava nulla, anzi, era chiaro che non ne avessi bisogno, era chiaro guardando il tuo riflesso enorme, gigantesco, che nemmeno entrava tutto in uno specchio. Ma tu, tu non lo sapevi e avevi il mio dio nei piccioli di foglia che per te erano alberi interi, avevi il mio dio nella succlavia e nella voglia di morire.


Avevi il mio dio nei capelli unti e nella rabbia che ti montava dentro quando gli altri non capivano che il piccone tu te lo portavi sulle spalle perché facevi il falegname, dannazione, proprio come il padre di quel Cristo che pregavano. Avevi il mio dio addosso quando ti trafiggevano il costato con quegli sguardi che a te, in tutta onestà, facevano terrore perché, tu dicevi, se uno ha paura di un altro solo perché è grosso e strano non ci sono tante opzioni, ha qualcosa dentro per cui ha bisogno di essere curato, tu invece ti sei arrabbiato per le cose che ti avevano detto ma mica li hai mai giudicati per i vestiti che avevano addosso.


E tu, tu eri dio, la madonna e tutti i santi messi assieme e isolati in una stanza senza maniglie. Il tuo sguardo nel vuoto, la tua bocca che mai aveva pronunciato parola, i graffi sulla tua pelle scura, non li aveva mai voluti nessuno, da quando eri nato per caso. E si parlava di addormentarti, per riportarti da dove eri venuto, perché persino se ti sfioravano era violenza, per te. Ma tu, tu che eri dio, la madonna e tutti i santi messi assieme, non lo sapevi, ma lo capivi. E gemevi forte una melodia che chissà chi, chissà quando, avevi sentito cantare da qualcuno che avevi amato senza che se ne accorgesse.


Maria Lavinia Antonaci Funtò
Maria Lavinia Antonaci Funtò

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