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- Pocca?! - Capoca! Il Salento in una parola

di Giuseppe Resta


Foto di Fernando Bevilacqua - Titolo: Ombra mia e di Irene
Foto di Fernando Bevilacqua - Titolo: Ombra mia e di Irene

Nel Salento, dove le lingue non si succedono ma si sedimentano come polvere su un mobile antico — greco, latino, francese, spagnolo, slavo, arabo tutti ancora lì a bisbigliare — accade che una parola minuscola si prenda il lusso di dire troppo. “Pocca”, o nella sua versione più muscolare, rafforzata, “capoca”, è un granello fonico che si comporta da continente semantico: lo si pronuncia e pare di aver detto tutto, ma in realtà si è solo iniziato a insinuare qualcosa.

Tradurla è un esercizio di ingenuità. “Certamente”, “perché no”, “è vero”: equivalenze rispettabili, ma incomplete, parziali, fuori calibro, come abiti presi in prestito che non tengono conto della postura, del "drop".

“Pocca” invece è tutta postura.

Sta nel sopracciglio che si solleva, nella pausa che si allunga di mezzo respiro, della finale lunga o strascicata, nell’ombra di sorriso che può essere complice o ferino. È un sì che non si fida del sì, un no che non si prende la briga di dichiararsi tale: un’arte allusiva, più che un significato.

Se qualcuno annuncia, con entusiasmo da cartolina, «Hai trovato un lavoro perfetto!», il salentino, con un “Pocca!” ben calibrato, non risponde: commenta.

E nel commento c’è già la critica, l’ironia, forse perfino una punta di pietà. O di delusione.

È una parola che conferma smentendo, e smentisce confermando; dipende da come la si lascia cadere nell’aria, come un sasso in un pozzo di cui si vuole misurare la profondità.

Le varianti — “capoca”, “capocca” — non aggiungono tanto significato quanto volume emotivo: sono il corsivo, il grassetto, il sottolineato di un idioma che preferisce l’intonazione alla grammatica.

In questo senso, “pocca” è meno un vocabolo e più un gesto vocale, un’abitudine dell’anima travestita da avverbio.

E forse è proprio qui che la faccenda si fa più seria, quasi filosofica. In quella sillaba, apparentemente innocua, si addensa una forma mentis: un disincanto antico, una perplessità ereditata più che appresa, il riflesso di una terra che ha visto troppo per concedersi entusiasmi ingenui.

“Pocca” diventa allora una misura di distanza — dalle cose, dalle promesse, dalle esaltazioni — un modo per abitare il mondo senza consegnarsi del tutto ad esso. Non è scetticismo gridato, ma una cautela elegante, un’ironia di fondo che protegge dalla delusione proprio perché la considera già prevista, quasi dovuta.

Non stupisce che sfugga a chi arriva da fuori. Anzi, tradisce. Appena sbarcati, può scapparvi un “capoca” intempestivo, pronunciato con la confidenza che si riserva agli affetti stretti, come se il dialetto vi avesse adottati prima ancora che possiate difendervi.

E poi spiegatelo, quel “pocca”: spiegate come una sillaba possa oscillare tra l’assenso e la presa in giro, tra l’abbraccio e la smorfia. Tra un esclamativo e un interrogativo, o tre puntini.

Si dice — con la cautela che si deve alle genealogie delle parole — che venga da “pauca”, poche cose. Ironia della sorte: da quel “poco” è nato un eccesso. “Pocca” non è parsimoniosa; è, piuttosto, una prodigalità di sottintesi.

E in questa prodigalità si nasconde, forse, un intero tratto identitario: la capacità di spiegare il mondo senza credergli fino in fondo, di abitarlo con una leggerezza vigile, come chi ha imparato, da tempo, che tra ciò che si proclama e ciò che è.

- Capoca... no?-.


Foto di Fernando Bevilacqua. Titolo: Lucia Caprignazza
Foto di Fernando Bevilacqua. Titolo: Lucia Caprignazza

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