Il racconto di Vanini
- Giuseppe Resta

- 2 apr
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di Giuseppe Resta

Un Vanini raccontato, in breve, come un’avventura. E questo che ho cercato di fare - da apprendista narratore - per divulgare l'incredibile storia - troppo poco conosciuta - di Giulio Cesare Vanini, filosofo, considerato eretico, da Taurisano.
(Il prof. Mario Carparelli, spero benevole, mi perdonerà: è a fin di bene!)
Il Vagabondo del Sale e del Dubbio
C’era, nella Terra d’Otranto battuta dal vento e dal sale, - e c'è ancora - un piccolo casale chiamato Taurisano.
Nelle notti d’inverno, quando il silenzio sembrava più fitto del buio, nacque un bambino destinato a inquietare il suo tempo: Giulio Cesare Vanini. Era la notte tra il 19 e il 20 gennaio del 1585, e nessuno, neppure le stelle basse sull’orizzonte, seppe leggere il segno di quella nascita.
Taurisano non era che un guscio troppo stretto per un’anima forgiata nel fuoco. Quando il giovane Giulio Cesare, vestito del saio carmelitano come di un’armatura impropria, volse le spalle agli ulivi contorti, non cercava solo la sapienza; cercava il limite del mondo.
Entrato tra i Carmelitani con il nome di fra’ Gabriele, si avviò verso Padova, dove le idee circolavano come vento tra i portici. Lì, tra le aule dove l'aristotelismo si scontrava con le prime scintille della scienza, Vanini comprese la sua verità: la Natura non è il piedistallo della divinità, ma la divinità stessa. Ma insieme allo studio arrivò il sospetto: parole troppo libere, pensieri troppo lucidi. Quando cominciarono a osservarlo, Vanini comprese che non avrebbe avuto pace. E così iniziò la sua vera vita: quella della fuga.
La prima grande evasione non fu da una prigione, ma da un destino già scritto. Allontanato dall’ordine, prese la via del nord con il confratello Bonaventura Genocchi. Attraversarono l’Italia di nascosto, evitando le strade battute, con abiti dimessi, più simili a mercanti o pellegrini che a religiosi, cambiando nome come si cambia mantello. Nei territori dei Grigioni camminarono per giorni tra nebbie e silenzi, dove ogni passo poteva essere una salvezza o una trappola. Scendendo lungo il Reno, impararono l’arte suprema: parlare poco, osservare molto.
Quando giunsero infine a Londra, non erano più gli stessi uomini partiti dall’Italia. Avevano imparato a sparire.
A Londra, Vanini divenne pura nebbia. Lì vissero sotto falso nome, ospiti di ambienti religiosi che ignoravano — o fingevano di ignorare — la loro vera identità.
Anche l’arcivescovo George Abbot li conobbe senza sapere davvero chi fossero. Vanini si muoveva con disinvoltura, parlava, predicava, affascinava. Ma dietro ogni parola c’era il calcolo di chi sa di essere osservato.
La sua abiura pubblica del cattolicesimo fu un atto teatrale, quasi una maschera indossata davanti a una folla. Ma sotto quella maschera, Vanini continuava a tramare il proprio ritorno. Scriveva lettere segrete, cercava contatti, trattava con ambasciatori. Viveva in equilibrio tra due mondi, senza appartenere a nessuno, circondato da uomini silenziosi.
Ma quando le autorità scoprirono il suo doppio gioco, scattò la trappola.
Fu arrestato, insieme al suo compagno. Non in modo spettacolare, ma improvviso, quasi silenzioso: all'uscita di una funzione religiosa, circondato da uomini che non alzarono la voce. Vanini non oppose resistenza. Sapeva che la vera lotta sarebbe venuta dopo.
Rinchiuso nella Gatehouse, accanto all'abbazia di Westminster, iniziò a progettare la fuga più difficile. Non era la prima volta che evadeva, ma questa volta il rischio era più alto.
Sorvegliato e isolato, quasi rassegnato, studiava i turni delle guardie e corrompeva servitori. Con pochi contatti, dovette affidarsi a una rete invisibile: servitori corrotti, agenti stranieri, forse qualche complice insospettabile. Si finse docile, quasi rassegnato. Parlava poco, osservava molto — come aveva imparato. Una notte — o forse un’alba — riuscì a sparire. Non con un gesto clamoroso, ma con una sottrazione: una porta lasciata socchiusa, un travestimento da servo, un’ombra tra le ombre di Londra. Attraversò la città evitando le vie illuminate, scomparendo verso la costa e verso un altro nome. Quando le guardie si accorsero della cella vuota, Vanini era già un soffio di vento sulla Manica. Era già troppo tardi.
Riapparve nei Paesi Bassi, poi a Parigi, poi ancora altrove. Sempre in movimento. Sempre in fuga. A Lione pubblicò libri come fossero scudi: opere erudite, dense, brillanti, che gli permettevano di presentarsi non come un fuggiasco, ma come un filosofo rispettabile.
Nelle pagine del De Admirandis Naturae, egli osò l'inaudito: suggerire che l'uomo potesse avere origini comuni con le scimmie e che Dio fosse un'ipotesi superflua per spiegare il battito del cuore. Ma anche i libri possono tradire.
Quando il sospetto tornò a stringersi attorno a lui, Vanini sparì di nuovo. Si nascose in Bretagna, in un’abbazia dove un amico gli offrì rifugio. Lì, sotto il nome di Pompeo Uciglio, visse un tempo sospeso, quasi monastico, ma senza pace: ogni rumore era un passo, ogni visita un pericolo.
Riprese il cammino verso sud, cambiando ancora identità. Alcuni lo videro nelle città della Guienna, altri in Linguadoca. Cambiava identità come si cambia mantello: ora studioso italiano, ora uomo senza passato. Ma una cosa non cambiava: il suo modo di parlare, troppo brillante per passare inosservato.
E infatti lo notarono.
A Tolosa bastarono poche settimane perché qualcuno iniziasse a fare domande su quell’italiano che parlava di Dio come di un concetto naturale. Le autorità lo cercarono e, infine, lo trovarono. Questa volta non ci fu fuga fisica. Arrestato e isolato, Vanini si trovò di fronte all’unico nemico che non aveva mai sconfitto: l’impossibilità di sparire ancora. Nessun travestimento, nessuna porta socchiusa. Solo la parola.
E con quella parola scelse di non salvarsi.
Il 9 febbraio 1619, Giulio Cesare Vanini affrontò la morte come aveva vissuto: senza piegarsi. In Place du Salin, davanti a una folla assetata di certezze, gli tolsero la voce con una crudeltà simbolica, strappandogli la lingua con le tenaglie perché aveva peccato di troppa verità. Gli tolsero la voce, poi la vita, e infine il corpo, dandolo alle fiamme.
Ma non riuscirono a cancellare del tutto la sua fuga più grande: quella dal pensiero comune del suo tempo. Perché Vanini, in fondo, non aveva mai smesso di evadere. Anche quando non c’erano più muri da scavalcare, egli scivolò via tra le mani dei suoi carnefici, trasformandosi da uomo in cenere, e da cenere in idea.
Una polvere sottile che ancora oggi, come il vento e il sale della sua Taurisano, continua a corrodere le prigioni dell'intelletto.
di Giuseppe Resta







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