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Color del glicine

di Giuseppe Resta



Aprile scende nei giardini come un velo leggero, e il glicine vi si distende sopra, lento e inevitabile, come una memoria che rifiorisce. Le cancellate si vestono di tende violette, le siepi si piegano sotto grappoli sospesi, e tutto sembra cedere a quella grazia pallida che sa brillare al sole e spegnersi, assorta, sotto il peso delle nuvole. È un colore incerto, esitante tra luce e malinconia, come certi moti dell’animo che non si lasciano dire.

Eppure, sotto quella delicatezza quasi fragile, il glicine nasconde una volontà tenace, quasi crudele. I suoi rami non chiedono, prendono. Si cercano appigli come se vedessero, tastano il mondo con dita sottili, e poi si stringono, si avvolgono, insistono. Un tralcio chiama l’altro, e un altro ancora, finché la carezza si fa stretta, la stretta si fa nodo, e il nodo conquista. Dove arriva, si spande, silenzioso e totale, come un pensiero fisso che non concede tregua.

Così è pianta doppia, ambigua nel suo essere: promessa e assedio, ornamento e conquista. E ricorda certi volti umani, levigati di grazia, che seducono con la leggerezza di un sorriso e poi, piano, stringono, soffocano, trattengono. C’è in quel fascino qualcosa di antico, di irrimediabilmente attraente.

Forse perché il glicine appartiene a un sogno d’altri tempi: sa di linee liberty che si incurvano senza fine, di figure sottili e lontane, di sete che scivolano sui corpi come acqua tiepida. È un fiore che parla per immagini sbiadite, tinte di glicine e d’oro, dove la bellezza è sempre sul punto di disfarsi. I suoi tralci disegnano spirali elastiche nell’aria, e i fiori, penduli, sembrano cedere a una dolce stanchezza, come se ogni petalo portasse in sé il presagio della caduta.

Non a caso abita le ville antiche, i giardini dimenticati dell’eclettismo, dove il tempo indugia e si lascia guardare. Lì, il glicine non cresce soltanto: rievoca.

E se lo sguardo si lascia sedurre, l’aria intera si arrende. Il profumo si spande, denso e dorato, con una dolcezza che sa di miele e di pelle riscaldata. Attira sciami invisibili, muove ali, accende il brulicare. È una fragranza che racconta di presenze femminili lontane, di colonie leggere e antiche, di sguardi segnati dal bistro che, all’improvviso, si accendono di una fiamma segreta.

Così il glicine fiorisce: come un’elegia sospesa tra carezza e dominio, tra incanto e vertigine. Un canto sommesso, che seduce e avvince, e che, mentre profuma, già stringe.




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