E piovve, e piovve…
- Giuseppe Resta

- 2 apr
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di Giuseppe Resta

E piovve tanto che il cielo parve dimenticare la sua stessa altezza, e si fece mare sospeso sopra il mondo. Le nubi non erano più nuvole, ma abissi rovesciati, colmi di un’acqua antica, più vecchia dei monti e delle ossa degli uomini.
E piovve tanto che le pietre si sciolsero, cedendo alla lenta pazienza delle gocce, e i palazzi si curvarono come cera sotto una fiamma invisibile. Le città, un tempo orgogliose, divennero rovine liquide, e le strade si sciolsero in fiumi senza nome. La terra si fece fango, e il fango memoria: ogni passo affondava in ciò che era stato.
L’erba divenne alga, e le foreste ondeggiarono come campi sommersi. Gli alberi impararono a respirare acqua, e le loro radici si liberarono dal peso del suolo, fluttuando come pensieri dimenticati.
Gli umani mutarono.
All’inizio fu dolore: la pelle si screpolò, le dita si tesero e si unirono in membrane sottili, e nei fianchi si aprirono fenditure pulsanti, branchie vive che bevevano il mondo liquido. Le voci si fecero bolle, i nomi si dissolsero. Non c’erano più parole per chiamarsi, solo sguardi e correnti.
Eppure non tutti resistettero. Alcuni si aggrapparono alle ultime rocce solide, pregando cieli ormai inesistenti. Altri si lasciarono andare, e trovarono una nuova forma di esistenza, più vasta, più silenziosa.
Si liquefecero persino i pensieri.
Quelli buoni, pochi, e pure quelli cattivi. Tanti. Che si sciolsero in un liquame maleodorante.
Gli animali si coprirono di squame, lucenti come armature sacre. I lupi divennero ombre snelle tra le correnti, i cervi creature snelle dalle corna simili a coralli, e gli uccelli —ah, gli uccelli— abbandonarono il volo per un’altra forma di libertà, fendendo l’acqua come frecce vive.
E nel cuore di quel mondo sommerso nacque un nuovo ordine.
Antiche città divennero regni sommersi, governati non da re, ma da correnti e maree.
Le montagne, ormai dissolte, lasciarono il posto a cattedrali di alghe e ossa. E nel profondo, dove la luce si spegneva, si diceva abitassero creature mai viste, nate non dalla pioggia, ma da ciò che la pioggia aveva risvegliato.
Gli uomini nuovi —se ancora uomini potevano dirsi— impararono a ricordare.
Non con parole, ma con sogni liquidi. Sognavano il fuoco, il vento, la polvere. Sognavano il cielo come qualcosa di perduto e sacro.
E tra loro sorse una leggenda.
Si narrava che un giorno la pioggia avrebbe cessato.
Che il mare sospeso si sarebbe ritirato, e che la terra, seppur mutata, avrebbe riemerso.
Ma nessuno sapeva se ciò fosse salvezza… o un’altra trasformazione ancora.
Così vissero, tra abissi e correnti, in un mondo che non era più quello di prima, né ancora del tutto nuovo.
Un mondo in cui ogni goccia conteneva una storia, e ogni onda era un destino.
E sopra tutto, eterno e insondabile, il cielo continuava a piovere.
di Giuseppe Resta






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