Lamento in (a)Fa maggiore
Mi piacerebbe poter usare un incipit del tipo “siamo appena usciti da una asfissiante stagione estiva…”, ma nel momento in cui scrivo questi quattro righi siamo tutt’altro che fuori dalla canicola. Una volta messo mano a tutte le contromisure canicolari – bagnomaria perenne, arie confezionate ad arte da supporti tecnologici, pennichelle postprandiali all’ombra del poco di vegetazione sfuggita ai roghi – e aver constatato che il tutto è servito a ben poco, forse la cosa più saggia da fare è prendere tutto con filosofia e con un minimo di lenitivo buonumore. L’importante è ristabilire un’armonia con la giornata sfruttando l’arma dell’ironia. L’armonia, in musica come anche nella vita, è determinata da regole ben precise, per rispettare le quali bisogna dare il meglio di sé. Però se l’afa supera il livello di guardia, le coordinate necessarie al mantenimento dell’armonia rischiano di saltare spostando il tutto nei territori dell’atonale, del dodecafonico o… peggio.
Così, senza velleità poetiche, che non mi appartengono, mi sono prodotto in questo Lamento in (a)Fa maggiore, che mette in stretto collegamento i due tipi di armonia dai quali maggiormente le nostre vite sono impregnate: quella dell’animo e quella musicale, tra l’altro strettamente correlate l’una all’altra.
Lamento in (a)Fa maggiore
Tanto t’anelammo, raggio di sole amato,
l’intirizzito derma dal gelo difendendo
con lanosi orpelli sul corpo occultato.
Lieti fummo dell’andar per il solstizio
che agli accresciuti giorni altra luce donò
e tempo a iosa per concedersi ogni sfizio.
Ma se il tempo volge all’autunnale requie
e il sudore ha fatto di mia cute grondaia
frescura posso avere che eviti le esequie?
Non c’è stato un dì ch’abbia sospeso
d’attivar con lena sudoripare ghiandole
sì che umano umore intriso fosse reso.
Perlacee stille su fronte madida e ariosa
ancor incombono con rischio di caduta
su ciò che la mano gestisce come cosa
che dell’incombente deliquio subisce
il delirio da improvviso colpo di calore
che toglie il fiato e il senno inibisce.
Il sommo caldo percepito afa è nominato.
Maggiore o minore? Il modo dell’accordo
è la molle umidità a renderlo assodato.
Se a reiterare sine die il modo maggiore
la pelle va d’un semitono sul bemolle,
sul diesis irae l’umore va con gran furore!
Alterazioni armoniche d’ogni foggia
s’evocano nell’indossare la maglietta
per il vischioso dorso a mo’ di roggia,
e un vago senso d’atonale poi sovviene
con afror d’ascella, se pure edulcorato
da essenza che il lezzo non previene.
All’insano blaterare dodecacofonico
s’appresta chi l’armonia ha smarrito
ché la canicola rende il senno catatonico.
D’autunno anelo veder la prima goccia
sì ch’io smetta con mio sommo gaudio
d’erogare acqua come ugello di doccia.
Dal Maggiore lesto si passi al Minore.

Ecco il maestro nella sua ora più buia:
Sonata in Fa Maggiore, Molto Allegro — MA FA CALDISSIMO!!
Parrucca sciolta, ventaglio a 300 bpm e spartito usato come fazzoletto. Beethoven non aveva previsto questo movimento.








Commenti