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Lamento in (a)Fa maggiore

4 giorni fa
Tempo di lettura: 2 min

Mi piacerebbe poter usare un incipit del tipo “siamo appena usciti da una asfissiante stagione estiva…”, ma nel momento in cui scrivo questi quattro righi siamo tutt’altro che fuori dalla canicola. Una volta messo mano a tutte le contromisure canicolari – bagnomaria perenne, arie confezionate ad arte da supporti tecnologici, pennichelle postprandiali all’ombra del poco di vegetazione sfuggita ai roghi – e aver constatato che il tutto è servito a ben poco, forse la cosa più saggia da fare è prendere tutto con filosofia e con un minimo di lenitivo buonumore. L’importante è ristabilire un’armonia con la giornata sfruttando l’arma dell’ironia. L’armonia, in musica come anche nella vita, è determinata da regole ben precise, per rispettare le quali bisogna dare il meglio di sé. Però se l’afa supera il livello di guardia, le coordinate necessarie al mantenimento dell’armonia rischiano di saltare spostando il tutto nei territori dell’atonale, del dodecafonico o… peggio.

Così, senza velleità poetiche, che non mi appartengono, mi sono prodotto in questo Lamento in (a)Fa maggiore, che mette in stretto collegamento i due tipi di armonia dai quali maggiormente le nostre vite sono impregnate: quella dell’animo e quella musicale, tra l’altro strettamente correlate l’una all’altra.



Lamento in (a)Fa maggiore

 

Tanto t’anelammo, raggio di sole amato,

l’intirizzito derma dal gelo difendendo

con lanosi orpelli sul corpo occultato.

 

Lieti fummo dell’andar per il solstizio

che agli accresciuti giorni altra luce donò

e tempo a iosa per concedersi ogni sfizio.

 

Ma se il tempo volge all’autunnale requie

e il sudore ha fatto di mia cute grondaia

frescura posso avere che eviti le esequie?

 

Non c’è stato un dì ch’abbia sospeso

d’attivar con lena sudoripare ghiandole

sì che umano umore intriso fosse reso.

 

Perlacee stille su fronte madida e ariosa

ancor incombono con rischio di caduta

su ciò che la mano gestisce come cosa

 

che dell’incombente deliquio subisce

il delirio da improvviso colpo di calore

che toglie il fiato e il senno inibisce.

 

 

 

 

Il sommo caldo percepito afa è nominato.

Maggiore o minore? Il modo dell’accordo

è la molle umidità a renderlo assodato.

 

Se a reiterare sine die il modo maggiore

la pelle va d’un semitono sul bemolle,

sul diesis irae l’umore va con gran furore!

 

Alterazioni armoniche d’ogni foggia

s’evocano nell’indossare la maglietta

per il vischioso dorso a mo’ di roggia,

 

e un vago senso d’atonale poi sovviene

con afror d’ascella, se pure edulcorato

da essenza che il lezzo non previene.

 

All’insano blaterare dodecacofonico

s’appresta chi l’armonia ha smarrito

ché la canicola rende il senno catatonico.

 

D’autunno anelo veder la prima goccia

sì ch’io smetta con mio sommo gaudio

d’erogare acqua come ugello di doccia.

 

Dal Maggiore lesto si passi al Minore.


Ecco il maestro nella sua ora più buia:


Sonata in Fa Maggiore, Molto Allegro — MA FA CALDISSIMO!!


Parrucca sciolta, ventaglio a 300 bpm e spartito usato come fazzoletto. Beethoven non aveva previsto questo movimento.



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