top of page
RAL 5020 texture.jpg

La bellezza della profondità

di Antonio Errico

Interno olandese, Joan Mirò, 1928
Interno olandese, Joan Mirò, 1928

Si racconta che una volta un giovane musicista sottopose a Gioacchino Rossini una composizione, chiedendo al maestro la sua valutazione illuminata. Rossini rispose che c’è del nuovo e c’è del bello, ma ciò che è nuovo non è bello, e ciò che è bello non è nuovo.

Se è vero quello che si racconta, allora si può dire che Rossini probabilmente non aveva ragione.

La bellezza non appartiene soltanto all’antico. La differenza tra bello e non bello, è determinata da altri criteri, che forse si chiamano estetica, forse armonia, coerenza –ma anche incoerenza, alle volte, contraddizione, disarmonia-, che forse si chiamano consonanza oppure, anche, dissonanza, discordanza, diversità.

Il nuovo può essere bello e può essere brutto, come può essere bello o brutto quello che non è nuovo. Non saprei dire, per esempio, se Omero sia antico o nuovo. Però se si vuole comprendere com’è che lentamente si conformano i destini e com’è che improvvisamente si deformano, che quello che accade intorno a noi è sempre accaduto intorno agli altri, è con quell’antico Omero che bisogna fare i conti. Se si vogliono capire i furori incontenibili delle battaglie, i miraggi strabilianti dei viaggi, la paura e l’attrazione dell’ignoto, la disperazione smisurata dei naufragi, se si vuole riportare la propria nostalgia in una categoria, e il proprio desiderio di ritorno in un’altra, perché una categoria consente di comprendere la rassomiglianza che hanno le emozioni, è con l’antico Omero che bisogna fare i conti.

Forse per capire se il nuovo sia bello o non lo sia, risulta necessario fare la distinzione tra il profondo e il superficiale. Non è facile capire quale sia davvero il livello delle nostre competenze rispetto a questo argomento. A volte si ha l’impressione che ci si lasci intontire dalla grancassa battuta dalla banda dei vecchi e nuovi media di massa, dal vociare dei social, dal cianciare assordante delle chat.

Dovremmo imparare a distinguere, a capire. Soprattutto quando quella che si definisce bellezza riguarda i fatti della cultura, perché quelli sono fatti che determinano la sostanza di una civiltà.

Si deve imparare a distinguere, per non farsi sedurre e imbrogliare dal superficiale che ha la sembianza ma non la sostanza della bellezza.

La sostanza della bellezza consiste nella capacità che ha un’opera di riprodurre i suoi significati in situazioni sociali e culturali diverse, anche sottraendosi alle coordinate storiche, costituendosi come modello di esperienza, metafora, archetipo.

Allora, forse si deve imparare a capire quali sono le cose che possono resistere all’infuriare del tempo, all’erosione che fa l’oblio, che in qualche modo configurano il nostro pensiero, il nostro linguaggio, la nostra visione del mondo, che rinnovano il senso della storia. Forse non aveva ragione Gioacchino Rossini. Anche il nuovo può essere bello. A condizione che se ne possa prevedere la durata, e la durata si può prevedere soltanto percependo e indagando la profondità del nuovo, ipotizzando la sua assimilazione nella nostra esperienza, nella nostra conoscenza.

Ogni giorno ci si ritrova davanti a qualcosa di nuovo: un oggetto, una parola, una proposta, un prodotto, una teoria, un metodo, anche un’idea. Ogni giorno si dismette qualcosa che solo il giorno prima era nuovo. Anche una nuova idea: quella per la quale si era giurato di non smettere di crederci mai.

Non è il vecchio o il nuovo, l’antico o il moderno, il presente o il passato che producono la bellezza di qualcosa. E’ la consistenza dell’ opera. Consistenza vuol dire qualità, spessore, compattezza, rilevanza, densità; vuol dire il valore che qualcosa assume nell’età e nei contesti ai quali appartiene, i riflessi che riesce a spandere oltre quell’età, oltre quei contesti.

Non possiamo essere noi, forse, a decidere se il nuovo che ci circonda abbia o non abbia una bellezza. Se le nuove costruzioni, i nuovi dipinti, le statue, le filosofie, le musiche, le sculture, le poesie di questi tempi, le narrazioni di questi tempi, abbiano o non abbiano bellezza. Decideranno quelli che verranno. Se le cose che produciamo in questo tempo saranno per loro un punto di riferimento, allora significherà che sono belle. Se non saranno belle, non arriveranno a loro, sprofonderanno nella botola senza fondo dell’oblio.

Come per ogni cosa che è opera dell’uomo, anche la bellezza si affida al giudizio inappellabile del tempo.

La bellezza di tutto quello che non è opera dell’uomo, non è sottoposta mai a nessun giudizio. E’ bellezza sovrumana, quindi assoluta, inconfutabile.


Filosofi intenti a discutere (dipinto di José de Ribera, 1612)
Filosofi intenti a discutere (dipinto di José de Ribera, 1612)

Commenti


bottom of page