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Eco su Sanremo

Aggiornamento: 5 mar

di Giuseppe Resta - 2026


Eco su Sanremo

Se Umberto Eco avesse applicato gli strumenti della Fenomenologia di Mike Bongiorno al Festival di Sanremo, probabilmente non avrebbe parlato di canzoni, ma di un dispositivo simbolico perfettamente calibrato per produrre consenso, riconoscimento e autoidentificazione nazionale. Non avrebbe analizzato la qualità musicale; avrebbe osservato il meccanismo.

Sanremo, come Mike, è innanzitutto un trionfo della medietà Non della mediocrità in senso dispregiativo, ma della misura media, dell’equilibrio centrale: nazionalpopolare, lo definì Baudo, che ne è stato autorità. Infatti è una sagra paesana, paesana intesa di tutto il Paese Italia. La canzone sanremese non è mai troppo sperimentale, mai davvero disturbante, mai linguisticamente ermetica. Anche quando si presenta come audace, lo fa entro limiti rigorosamente radiofonici. È l’audacia compatibile con la pubblicità dei detersivi. Un audace calcolato, col paracadute.

Eco scriveva che Mike non umiliava lo spettatore con la propria superiorità. Sanremo non umilia l’ascoltatore con la propria complessità. Ogni brano deve poter essere canticchiato dopo il primo ascolto; ogni testo deve offrire profondità sufficiente per sembrare significativo, ma non tanta da risultare indecifrabile o rivoluzionario. L’effetto è una democratizzazione emotiva: tutti capiscono, tutti partecipano, tutti votano. Soprattutto tutti ne parlano. Di più che dice di non vederlo.

Come Mike viveva in un eterno presente televisivo, così Sanremo abita un presente rituale che si ripete identico a sé stesso ogni anno. Cambiano i conduttori, cambiano i look, cambiano – poco - le polemiche, ma la struttura resta invariata: ingresso, esibizione, applauso, televoto, suspense. È un tempo ciclico, non storico. La novità è prevista dal copione. Rappresenta una liturgia consolidata.

In questo senso, infatti, Sanremo è un grande rito laico nazionale. Non celebra il genio, ma la riconoscibilità. Non incorona l’eccezione irriducibile, ma l’eccezione integrabile. Se un artista appare troppo distante dal gusto medio, il Festival compie un’operazione semiologica raffinata: lo normalizza. Lo veste di orchestra, lo inserisce in una scaletta, lo circonda di conduzione rassicurante. L’alterità viene resa domestica.

Lo pensavo ieri sera ascoltando le “Bambole di Pezza”: potevano essere ragazze rock cazzute, sono state imbrigliate in un’esibizione da teatrino parrocchiale e il loro rock da cantina sontuosamente apparecchiato con un’orchestrazione che non ha più un’ombra di rock, ma occhieggia più al melodramma.

Proprio come Mike era l’eroe della medietà, Sanremo è l’eroe collettivo della medietà italiana. È il luogo dove il Paese può contemplare sé stesso senza trauma. Le polemiche sono calibrate: abbastanza forti da far parlare i giornali, abbastanza deboli da non incrinare il sistema. Il conflitto è spettacolarizzato, non realmente conflittuale. Anche la trasgressione – quella che serve alle polemiche - è prevista in scaletta, possibilmente prima della pubblicità.

Eco osservava che Mike era privo di profondità tragica: non conosceva ambiguità, non coltivava ironie destabilizzanti. Sanremo funziona allo stesso modo. Può ospitare il dolore, a volta anche in forma che a me pare pornografica, ma sempre in forma melodica. Può evocare temi sociali, ma tradotti in forma strofa-ritornello. Il tragico diventa cantabile. L’angoscia diventa share.

Eppure, come nel caso di Mike, proprio questa apparente semplicità è la chiave del successo. Sanremo non è povero di significato; è un sofisticato equilibrio semiotico. Produce identificazione di massa perché elimina lo scarto eccessivo. È lo spazio in cui l’Italia si sente contemporaneamente moderna e tradizionale, popolare e rispettabile, emozionale ma composta. Sanremo è un prodotto. Come molta della musica che propone. Nessuno me lo toglie dalla testa, e nemmeno dalle orecchie: molta, oggi, è prodotta con l’Intelligenza artificiale. Chi dice no?

Se Mike incarnava l’italiano medio che non mette in soggezione nessuno, Sanremo è la scena in cui l’Italia può essere sé stessa senza sentirsi inadeguata. È l’autorappresentazione rassicurante di una nazione che desidera cambiamento, purché il cambiamento arrivi in tonalità maggiore. Anche se questa versione 2026 delude proprio per le tonalità in minore: tristi, noiose, senza brio.

In fondo, applicando la lente di Eco, Sanremo non è un festival musicale. È una pedagogia della normalità. E, come ogni grande rito collettivo, funziona perfettamente finché nessuno si accorge che la vera vincitrice non è la canzone, ma la struttura che la contiene. Guardarlo è guardarsi. Se si coglie come farlo.

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