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L'infinito galateo

di Pasquale Chirivì, marzo 2026




Transitare per le vie del borgo natio dopo qualche decennio di relativo distacco per trasferita residenza può riservare momenti in cui il naturale senso di familiarità con strade percorse innumerevoli volte va in corto circuito con un momento di particolare predisposizione alla nostalgia. È sufficiente voltare lo sguardo per un tempo lievemente superiore a quello della fugace occhiata, e quella via, quell’angolo di piazza, quel monumento davanti al quale sei passato innumerevoli volte ti costringono ad aprire un varco sulla memoria. Quello sguardo che invece di ostentare la superficialità del già visto insiste fino ad innescare un pensiero latente di mancanza, di sospesa consuetudine.

Mi è successo, qualche tempo fa, mentre passavo davanti alla maestosa facciata barocca del santuario del SS Crocifisso di Galatone, mio borgo natio. Percorrendone a passo lento l’antistante piazza, sentivo confluire ricordi che alimentavano un senso di appartenenza a quel luogo, ad un vissuto memorabile ormai consolidato nella mia coscienza. Nell’incredibile ricchezza del dorato barocco di quella chiesa aleggiano ancora le emozioni, le domande inespresse sul sacro e sul profano, le note di strumenti musicali incongrui col luogo di culto di quei ragazzi in rapida crescita che per sempre avrebbero raccontato, da adulti, la loro partecipazione alla mitica “Messa Beat” tenacemente voluta dal grande don Gino Leante. Tutto questo e molto altro, non raccontabile in poche parole, mi ha spontaneamente ispirato una frase il cui incipit è scolpito nella storia della letteratura: “Sempre caro mi fu…” seguito da “questo santuario”, dato che “l’ermo colle” non appartiene all’orografia del nostro territorio.

Lo so che a salire sulle spalle dei giganti per esprimere un sentimento elevato si rischia di cadere rovinosamente, ma questa volta ho deciso di rischiare, indossando il paracadute delle buone intenzioni e del rispetto dovuto a quella che per me è “La Poesia”. Spero quindi che l’immenso Giacomo non se ne abbia a male se mi sono permesso questo “sacrilegio” mosso da buone intenzioni.

 


L’infinito galateo

 

Sempre caro mi fu questo santuario,

e questa piazza, che da tanta parte

di remota giovinezza il ricordo include.

Ma passando e mirando, urbani

spazi di là da quello, e giovanili

schiamazzi, e profondissimo affetto

io nel pensier mi fingo; ove per poco

il cor non s’impressiona. E come le note

odo riecheggiar in quel barocco, il mio

rimembrare a questo suono

vo comparando; e mi sovvien rimpianto

per le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

nostalgia s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.


 

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