editoriale

rivista n.:
data:
20
1 ottobre 2014
titolo:
Un progetto d’esistenza condivisa.
Il prendersi cura.
di:
Giulia Santi

Progettare, etimologicamente, significa gettare in avanti, gettare un’idea, un sogno, una costruzione, un castello che ancora non esiste sulla realtà, per modificarla, per smuoverla ad avanzare.
Dalla stasi al movimento, per immaginare ciò che ancora non c’è e portarlo verso la sua esistenza.
Si progetta una casa, si progetta la propria realizzazione, ma non si possono progettare la passione o il fuoco sacro che ci portano a provarci ancora e ancora. Si pensa di progettare una vita, ma non si possono progettare la felicità, l’amore o l’amicizia. Ci pare che questi semplicemente avvengano. Che si accendano come lampadine. Che ci accompagnino come lucerne dal chiarore ondeggiante e fioco.
A volte però penso che tutto il nostro progettare più intimo sia in realtà profondamente interconnesso ad un unico elemento: il relazionarci con l’altro.
Il progettare è sempre uno spingerci da ciò che è intensamente nostro, verso ciò che è altro da noi, per creare spazi d’incontro e di equilibrio.
La relazione con l’altro è quindi un costante progetto da mettere in campo.
L’educazione, la politica, l’amore devono per me partire proprio da questo nucleo incandescente, la relazione con gli altri.
Come progettare allora questo movimento d’incontro?
Contro le logiche del tornaconto spicciolo, dell’egoismo sfrenato, della sopraffazione dell’altrui a vantaggio del proprio, per me la relazione con l’altro è progetto di costante e reciproco prendersi cura.
Allora che cosa significa porre la cura come molla del proprio progettare la vita?
Le parole sono gravide di significati, sono reti di senso lanciate per afferrare il mondo.
In esse gli uomini hanno accumulato inesauribili esperienze, relazioni, certezze, difficoltà.
Il termine cura deriva dalla medesima parola latina che, anticamente, alcuni ritenevano connessa alla stessa radice di cor, intendendo con ciò un sentimento/legame che tocca e segna il cuore nel profondo, o alla radice ku, nel senso di battere, martellare continuamente, o ancora di kav, osservare attentamente, comprendendo così l’accezione di vigilanza premurosa.
Il termine latino ben racchiudeva un duplice atteggiamento che si attiva nella ‘relazione di cura’: premura, sollecitudine, attenzione, ma anche preoccupazione, affanno e inquietudine, nei confronti di una persona amata o di un oggetto di valore.
Proprio in questa seconda matrice di senso, oggi caduta fortemente in disuso, si può iniziare a leggere l’inquietudine che la responsabilità ‘del prendersi cura’ comporta.
Sempre rimanendo nell’ambito dell’analisi semantica si può aggiungere un altro interessante riferimento, quello alla lingua inglese. La lingua anglosassone ha scisso un’altra duplicità che nel termine italiano ‘cura’ continua a convivere. In inglese si distingue il to cure dal to care.
Nel primo termine è racchiuso il ‘curare l’altro’ nella sua dimensione oggettiva (le cure prescritte dal medico ad esempio). Nel secondo, invece, il ‘prendersi cura’ dell’altro come soggetto.
Queste brevi riflessioni attorno al tema del ‘prendersi cura’ come centro del proprio progetto di vita, nascono e si intrecciano anche con le parole di Antoine de Saint-Exupéry contenute nel testo de Il Piccolo Principe, che di seguito si riporteranno in corsivo. Questo testo mi ha sempre affascinata e fortemente stimolata alla riflessione, in quanto ha la preziosa qualità di essere soffio ‘leggero’ e ‘profondo’ in grado di parlare a persone di ogni tempo ed età. Alcune parole e frasi presenti sono così divenute suggestioni da cui partire e a cui tornare nella riflessione.
(continua a pagina 36)
RELAZIONARSI ALL’ALTRO COME PERSONA
Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.
Si entra nella dimensione della cura quando l’esistenza di qualcuno inizia ad assumere importanza, quando si diviene partecipi del suo essere, delle sue scoperte, delle sue difficoltà e sofferenze al pari dei suoi successi, quando ci si tuffa, in altre parole, nel fiume della sua vita, quando si supera l’essere indifferenti, ovvero noncuranti.
Orazio affermava che «la cura è compagna permanente dell'uomo», condensando le due accezioni latine, in quanto l’uomo non smetterà di prendersi cura di qualcuno, non potendo così smettere mai di inquietarsi per la persona che ama.
La dimensione della cura è centrare il proprio agire sull’altro da sé, sui suoi bisogni, sulle sue forze e debolezze. È atteggiamento mediante il quale si esce da sé per trovare il centro del proprio operare nell'altro, con affetto e sollecitudine, con autenticità. La relazione interpersonale, vissuta come prendersi cura dell’altro naturalmente, si instaura su processi di personalizzazione, in quanto non c’è cura possibile senza il riconoscimento dell’unicità dell’altro.
RECIPROCITÀ E AUTONOMIA
–Che cosa vuol dire "<addomesticare>?
–È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami.
Nel testo riportato inizialmente di Saint-Exupéry, la volpe introduce il termine addomesticamento. Come intendere in questo senso la relazione di cura?
La ‘delicatezza’ delle parole di Saint-Exupéry tocca un nodo fondamentale della relazione di cura. Tra volpe e Principe nasce un legame che esemplifica l’equilibrio necessario verso cui tendono le relazioni di cura, risultato di reciprocità nel rispetto delle autonomie. Cura non è creare rapporti di dipendenza. La relazione di cura ha come suo ‘fuoco sacro sotterraneo’ la conquista di autonomia nel riconoscimento dell’aiuto che ognuno condivide con gli altri. Nessuno sottomette l’altro, ma ognuno si arricchisce nella relazione.
Cura è rinegoziazione costante delle naturali asimmetrie, è vittoria sulla con-fusione e sulla rigidità invalicabile dei ruoli e dei limiti.
ESSERE TRAMITE DI CONOSCENZA
I campi di grano non mi ricordano nulla.
E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro.
Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato.
Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te.
E amerò il rumore del vento nel grano.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangerò".[…]
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Ognuno pratica il terreno del prendersi cura dell’altro costituendosi per lui il tramite di conoscenza. Non mero trasmettitore di saperi e verità, ma come il termine medio che consente la permeazione tra esperienze, rappresentazioni mentali, emozioni, sensazioni per una ristrutturazione costante del sé dell’allievo.
Il docente deve costantemente prendersi cura del senso che l’allievo si costruisce circa le cose del mondo. L’allievo allora apprenderà ciò che per lui avrà assunto dimensione di senso e di valore, diventando suo patrimonio costante, senza più disperdersi.
RESPONSABILITÀ
“Tu diventi responsabile per sempre
di quello che hai addomesticato.
Tu sei responsabile della tua rosa".
"Io sono responsabile della mia rosa"
ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
La cura è responsabilità, responsabilità che segue l'osservazione. Che sia una terapia medica, una preoccupazione, o accudire il progetto di una vita propria o altrui, la cura è responsabilità.
Sembra così che la cura costituisca il pulviscolo di sottofondo di ogni relazione, uno dei suoi lati più vivi e attivi.
L’elemento centrale che deve essere presente, perché si fondi la relazione d’aiuto responsabile, è il rispetto della fiducia che si crea proprio all’interno della relazione. L’acquisizione della fiducia in sé permette l’inizio o il consolidamento del processo di crescita e superamento del bisogno da parte della persona. La fiducia non va data per scontata, ma costruita tramite autenticità, disponibilità all’ascolto, coerenza tra parole e fatti.
Ognuno è responsabile di sé e dell’altro, in quanto dalla sua azione dipendono spicchi essenziali della vita di chi lo circonda. Si tratta di un processo di “costruzione sociale”, un processo per un empowerment condiviso per la valorizzazione delle potenzialità di ognuno.
CURA E CUR-IOSITÀ
Giungo a conclusione di questo breve percorso riportando un’interessante citazione circa la cur-iosità (rimarcando in ciò una matrice comune a cura) come molla ispiratrice per la crescita del sé, cui la relazione autentica deve sempre guardare.
«Paolo Fabbri, nel suo contributo all’interno del volume In principio era la cura, afferma che la cura ha due figlie: la cur-iosità, e la si-curezza. Quest’ultima deriva dalla sine-cura, favorisce l’incuria e la noncuranza, spesso viene legata alla parola libertà, e lega la propria sicurezza alla noncuranza degli altri. La prima è l’esatto contrario della sicurezza. La curiosità ha lo sguardo rivolto al futuro, uno sguardo incerto, esposto al rischio e al pericolo. Non tende a mantenere le posizioni raggiunte, ma si espone alle novità degli eventi, e nei processi di trasformazione non scorge storture, devianze, malattie, ma cambiamenti e forme di crescita. Il prendersi cura ha numerose implicazioni, fra le quali questa cur-iosità che potrebbe diventare il motore della conoscenza, del luogo dove ci si dovrebbe prender cura della formazione, ossia del conoscersi, che è però ancora lontano dalla realizzazione.»


