editoriale

rivista n.:
data:
25
1 marzo 2017
titolo:
Amore Disamore
di:
Enzo Ligori e Giulia Santi

Ogni concetto contiene il suo contrario.
Anche in questo numero affrontiamo un tema, l’amore, ed il suo contrario, il disamore. Più corretto sarebbe dire un suo contrario, forse nemmeno il più ovvio, perché la prima parola che viene in mente da contrapporre ad amore è odio.
Ma l’amore contiene, o forse, più esattamente, implica l’odio. Perché se non ci fosse amore nell’odio saremmo di fronte ad una semplice assenza, assenza di amore, che è una sorta di astensione. L’odio, invece, è attività sentimentale: si odia questo perché si ama quello (generalmente il suo contrario) o comunque un “altro”; ma si odia anche ciò che si è amato. O forse non si è amato. O forse lo si amava solo come passaggio per arrivare-tornare a se stessi.
Nel distico tra i più celebri della letteratura latina, Catullo si tormenta per la contemporanea presenza dei due travolgenti sentimenti, Odi et amo, nei confronti di Lesbia.
Il disamore però è qualcosa di profondamente diverso dall’odio.
Oggi, di fronte a sempre più frequenti episodi di violenza e di assassinio della persona che si “amava”, quasi sempre una donna da parte di un uomo, non possiamo evitare di riflettere su quell’amore finito e di domandarci se era amore per l’altro o solo per se stessi.
È abbastanza evidente la nostra risposta a quella domanda. Per questo abbiamo scelto di titolare Amore Disamore questo numero. Al di là dei contenuti delle nostre riflessioni, in un certo senso volevamo ricordare tutte quelle persone, in particolare tutte le donne che hanno subito sulla loro pelle – anche in senso letterale – gli effetti di un sentimento che l’attore di violenza ha chiamato amore: non corrisposto, o tradito, o finito. Un sentimento che molto spesso anche le vittime chiamano amore: affiancando accezioni quali mal espresso, particolare, eccessivo. Non è amore. Èdisamore. O amore di se stessi, di un immaginario, di un costrutto intorno a sé.In ogni caso è disamore verso l’altro/a, considerato una cosa, un bersaglio da colpire restandone soddisfatti. E se il bersaglio si ribella? Se non è una cosa? Se si muove e abbandona il suo posto? Se il costrutto non corrisponde all’idea egocentrica non si discute l’ego, ma si distrugge il costrutto e tutto ciò che vi è dentro. La persona. La donna.
Perciò abbiamo preferito considerare non la parola unica disamore nel senso che ne danno tutti i dizionari, che prendono in considerazione l’assenza di o la fine di amore, ma le due parole: dis e amore, dove il dis- derivato dal latino significa separazione, dispersione, rovesciamento di significato della parola di cui è prefisso (Treccani), o ancor di più il derivato dal greco che significa alterazione, malformazione, cattivo funzionamento (sempre Treccani). Perfino l’Accademia della Crusca dà al prefisso dis- un valore reversativo, oppositivo.
Siamo dunque nel giusto ad aver preferito opporre ad amore la sua alterazione, la malformazione, il cattivo funzionamento, il suo contrario dis-amore.
Come sempre accade in A Levante le tematiche, che nascono dal vivere il mondo di ognuno di noi, finiscono poi per divenire semi che ogni redattore e collaboratore farà fiorire sui rami dei propri pensieri, con la fecondità della propria immaginazione e riflessione, portando così l’argomento al di là, oltre la ‘siepe’ di ciò che inizialmente si era progettato. Amore e disamore escono così da quest’univoca accezione ed entrano nelle esperienze di ognuno.
Perché c’è un po’ d’amore e disamore con cui si viene a contatto nelle diverse professioni, l’occhio del medico, dell’avvocato, dello psicologo, l’occhio di ha concluso il proprio periodo di lavoro.
Perché c’è un po’ d’amore e disamore in momenti della vita così diversi e privati, nel quotidiano così differente che ci caratterizza, nelle difficoltà che giornalmente siamo chiamati ad affrontare, come un distacco, un rifiuto, un rapporto perduto.
C’è disamore nello spaesamento della politica, nel «pessimismo della ragione», ma c’è ancora amore nella passione per l’impegno civile, nella determinazione e «nell’ottimismo della volontà».
È disamore verso la propria terra e il proprio paese, quello che viscido nasce quando ancora molte cose sembrano reggersi in meccanismi clientelari e quasi di affiliazione al potente di turno.
Ma è amore quello che non lascia il passo, quello che spinge molti a non andarsene e a provare a fare del proprio quotidiano il cambiamento e il fiorire di qualcosa di diverso.


