editoriale

rivista n.:
data:
02
1 ottobre 2008
titolo:
Tempus alterum incipit…
di:
Giuliana Coppola

Tempus alterum incipit… chissà perché il lieve sospiro d’una foglia che abbandona il suo ramo – ed inizia l’autunno – m’ha suggerito in latino, il pensiero; chissà perché, da quando Giulia, il mio direttore di redazione, m’ha suggerito il tema di “A Levante”, chissà perché mi ritorna, a cantilena, alter altera alterum/ alterius alterius alterius/ alteri alteri alteri… o forse, in fondo all’anima, lo so perché.
Niente succede senza un perché… c’è stato il gelato (grazie, Felice!) che si scioglieva nell’attesa e c’è stata la riflessione sul senso altro, alto, di un sintagma. A scuola, la cantilena… perché si imparassero bene il genitivo e il dativo di alter; guai a sbagliare il genitivo e il dativo strani come strana è ogni eccezione che si rispetti, che si discosta dalle regole, che vive di vita propria – qualcuno l’avrà pur voluto – ma meno guai, ed è qui il punto, se poi non si coglieva quel suo uso obbligatorio – quello e basta – accanto a manus, oculus, pes, amicus,… una delle due mani, uno dei due occhi, uno dei due piedi, uno dei due amici… uno dei due, appunto; io e l’altro, io e te, insieme, lungo la strada che ci è dato percorrere e che sarà più lieve da traversare, se io e te ne divideremo l’impegno. Io e te; questo è l’altro; può essere me e può essere te; indispensabile come una delle due mani, dei due occhi, dei due piedi, dei due amici; come si fa se uno viene a mancare? Si fa, forse; ma con meno allegria e meno gioia di vivere, forse; o forse con pari allegria e pari gioia di vivere ma quanta fatica in più se non c’è il gelato di Felice ad aspettarti; si scioglie nell’attesa e si scioglie la paura d’essere soli; alter è Felice ed ogni giorno è una scoperta l’avventura dell’esistenza se io do un nome e un volto a tutti gli altri, ai tanti che sono me e sono te, diversi perché diversa è ogni eccezione che si rispetti e guai a non rispettarla; guai a non rispettare l’altro, superba eccezione di diversità; guai se la mia mano sinistra, il mio piede sinistro, il mio occhio sinistro non dovessero rispettare la mia mano destra, il mio piede destro, il mio occhio destro; loro agiscono insieme, all’unisono e io, grazie a loro, a questo loro silenzioso insostituibile contributo, continuo ad andare, a leggere, a scrivere… scrivere di quest’altra (ecco che ritorna) storia che m’ha fatto molto pensare – ed è giusto che così sia – e m’ha fatto molto indagare sul perché (ritorna anche lui) non si rispettano più (almeno non sempre) le regole affidate nelle nostre mani, nostre di noi figli e nipoti, da padri antichi che ad “alter” avevano assegnato un ruolo in più; e così l’altro è qualcosa che oggi, a volte, non ci appartiene, alter è alius, uno dei tanti senza nome e senza volto; e che m’importa se pian piano lo trasformo, lo umilio, lo distruggo, lo calpesto? Tanto, non ha né nome né volto… estraneo e ai margini della mia strada, come la foglia che lieve sospira lasciando il suo ramo e poi passa qualcuno a spazzarla via, rifiuto tra rifiuti… e il suo sospiro? Si perde, come il senso vero di alter, mentre l’autunno è ancora così caldo, del caldo di questa lunga estate e scivola piano, giorno dopo giorno, e d’un tratto il profumo di mosto e il rosso dei chicchi di melagrana.
Me lo offri, Felice, un altro gelato? Io, in cambio ti offro un tocco di poesia; versi trovati così per caso, ma niente, lo sappiamo, succede per caso…
mai vera casa avrò/ né troverò mai sonno/ finché non avrà sede/ ogni terreno popolo/ mai glorificherò il signore/ né il suo regno riconoscerò/ finché non guarderà l’altro volto/ e non sbriciolerà il suo seggio. (da Canto, Poesie, Eugenio De Signoribus, Garzanti Milano 2008)


