editoriale

rivista n.:
data:
07
1 novembre 2009
titolo:
NOI MIGRANTI!
di:
Giuliana Coppola

Sono un clandestino, ho il calzino turchese e l’agenda rossa; non sono a disposizione di nessuno, non sono una protesi ed è per questo, per averlo dichiarato e scritto che un giorno-quanti anni sono passati?- m’hanno cacciata via; se è lecito paragonare le storie grandi alle piccole, ho preceduto cacciate ben più famose; io e Nino abbiamo preceduto cacciate ben più famose; intorno il silenzio; firme raccolte dagli amici; noi che credevamo nella forza della poesia, spedivamo e distribuivamo poesie; i “capi” in silenzio; abbiamo scelto anche noi il silenzio; a volte, è un’arma il silenzio; sono diventata migrante; siamo diventati, io e Nino, migranti; lontano da Maglie-oggi sono spenti i camini della paura- ; abbiamo cercato altrove; capelli grigi e via; un piede qui, un piede lì; a cercare luoghi, fatti, persone; a cercare luce tra buio; a cercare, con il dubbio accanto; intorno a noi continuavano a sgretolarsi illusioni e speranze; per chi, per cosa ci siamo illusi, per chi e per cosa abbiamo sperato? Per chi, se Roberto Saviano, ancora oggi deve scrivere “io non sono riuscito a fare lo scrittore riuscendo a passeggiare liberamente con la mia famiglia. Un giorno ci riuscirò, lo giuro” (la Repubblica, 16 ottobre 2009).
Per questo “un giorno ci riuscirò, lo giuro” noi abbiamo sperato, noi ci siamo illusi. Un giorno ci riuscirà Roberto Saviano se tutti insieme ci riusciremo.
“La battaglia che porto avanti come scrittore… è fondata sul cambiamento culturale della percezione del fenomeno”; è sempre Roberto Saviano a scrivere; insieme dobbiamo pensare al cambiamento, insieme dobbiamo percepire il fenomeno; è inutile, è tempo sprecato continuare da soli.
Noi da soli, chiusi ognuno a considerare se stesso, apparteniamo ad un altro mondo… ma sento che non è così, non può essere così.
Oggi ho notato un'altra ruga, allegra, impertinente, strafottente quasi, turchese e clandestina anche lei, un po’ si nasconde, un po’ riemerge. Sorrido e migro, migro nel pensiero che m’ha regalato Patrizia Valduga, che vi regalo; che gusto c’è a sorridere da soli? Scrive (17 ottobre 2009) “Vedo in farmacia che dovremmo incominciare a combattere le rughe a 25 anni; sento alla televisione che il problema delle “piccole perdite” comincia a 30 anni, seguito a breve da quello dell’ “odore” delle medesime. Lasciamo perdere gli inviti martellanti a “prendersi cura” della propria “naturale regolarità” (tanto che ormai mi viene quasi la stupida voglia di vantarmi della mia “naturale irregolarità” e domandiamoci: che cosa significa questo accanimento sul corpo femminile? Vogliono demoralizzarci, deprimerci, intimidirci? Con me non attacca: anche con le rughe, le perdite, gli odori, non avranno ragione della mie ragioni di vita”. Si intitola “Se penso” la sua rubrica settimanale; io penso con lei e la ruga sorride; con me non attacca; con me non avranno ragione della mia vita e intanto che penso, preparo il tè alla Confort, nera e dolcissima come un dolcissimo e nero quadretto di cioccolato fondente. Mi chiama “mamma” e non ho capito perché; potrebbe essere al massimo mia sorella; ma lei m’aiuta; forse pensa che, lei figlia e io madre possiamo darci più affetto, chissà; migrante lei, ma è così lontana la sua terra, migrante io… storie diverse che s’incontrano e si comprendono… le offro il tè e mi ritornano in mente le parole di Dario Fo “Oggi in piazza e ogni giorno nella realtà quotidiana dobbiamo essere in tanti per fermare questa deriva, per gridare che i migranti siamo noi”.
Lo scrive Dario Fo… siamo noi i migranti di questa deriva, noi,scrive Dario Fo, che “offriamo di caldo solo il razzismo che è l’anticamera aperta del fascismo” e pensare che “prima si diceva: nessuno riceverà solo un bicchier d’acqua, se dirà ho sete alla nostra porta, noi daremo il vino”. Cosa è cambiato? Eppure si è in tanti, se lo si vuole… in tanti anche a riscoprire una storia che un giorno vi ho raccontato e che ho ritrovato…
Scrive Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte “Il compito che incombe su di noi oggi sarebbe dunque questo: rifuggire la luce dei riflettori per andare a cercare, nella notte, dove ancora sopravvivono -e si amano- le lucciole”. Il filosofo è convinto che le lucciole di Pasolini siano ritornate… traslocano, soltanto, anche loro, migranti di illusioni, ma soprattutto di speranze.
Oggi anche la pace è preventiva; ha vinto il Nobel per la pace lui, Obama, e non se l’aspettava; ha detto “Wow, non so se lo merito” e poi ha scritto “Io so che queste sfide possono essere affrontate a patto di riconoscere che non basta una persona o una nazione da sola a risolverle. Questo premio non riguarda solamente gli sforzi della mia amministrazione, riguarda gli sforzi coraggiosi degli abitanti di tutto il pianeta”… dunque riguarda anche noi che questo pianeta abitiamo, a patto che ci sentiamo tutti un po’ migranti, un po’ clandestini, calzini turchese, agenda rossa, mai protesi di alcuno.
Io lo so che è difficile credermi ma d’un tratto, mentre pensavo, l’ho sentito nella strada il suono della fisarmonica… struggente… erano, sono le note di “Oh Bella Ciao”… è un migrante a regalarmi la lucciola della certezza… un euro quello che mi ha chiesto, per cui ha sorriso e m’ha detto anche grazie… non saprà mai che avrei voluto donargli il mondo.


